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Luca 6,36-42

Predicazione di Emanuele Fiume alla Zwinglikirche, domenica 14 luglio 2019

Dice il Signore Gesù Cristo: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro.

Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato. Date, e vi sarà dato; vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi».

Poi disse loro anche una parabola: «Può un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?

Un discepolo non è più grande del maestro; ma ogni discepolo ben preparato sarà come il suo maestro.

Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell'occhio tuo? Come puoi dire a tuo fratello: ‹Fratello, lascia che io tolga la pagliuzza che hai nell'occhio›, mentre tu stesso non vedi la trave che è nell'occhio tuo? Ipocrita, togli prima dall'occhio tuo la trave, e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello.»

 

Sono tornato a Zurigo martedì. Un buon viaggio in treno. Ma non per la prima volta, ho pensato a quanti facevano questo viaggio cinquanta o più anni fa. Persone che non sapevano nulla, se non quello che raccontava un amico o un parente, e che qui c’era lavoro. Arrivano a Zurigo. Tutti scendono. Trovano un coro che canta inni evangelici in italiano. Una signora svizzera che raccoglie nomi, dà indicazioni per mangiare e per dormire, per i posti di lavoro, per i corsi di lingua tedesca. La Svizzera era stato un paese povero, i giovani andavano a morire sotto le bandiere dei condottieri europei, e una generazione prima i facchini della stazione di Milano erano stati quasi tutti ticinesi. Ora accoglievano questi italiani che fuggivano da paesini poveri e sovrappopolati. Gli svizzeri, che per secoli avevano trovato lavoro all’estero, ora davano lavoro a chi arrivava.

Gesù Cristo dice: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro». Esiste un criterio dell’amore? Quand’è che amate rettamente? Quando fate agli altri quello che il Padre vostro in cielo ha fatto a voi.

Che cosa si intende con la parolina “misericordia”? Un atteggiamento benevolo che è gratuito da parte di chi lo concede e impagabile da parte di chi lo riceve. L’ebraico usa una parola che deriva da “visceri femminili”,  mentre il cuore è al centro del latino miseriCORdia e del tedesco BarmHERZigkeit. Il greco usa qui una parola che indicherebbe l’attenzione e la condivisione verso il lamento. In ogni caso, restando sugli esempi che ci sono presentati nel Nuovo Testamento, l’analogia con il grembo femminile è la più appropriata. La misericordia è impagabile e gratuita. Il buon samaritano usò misericordia dando tutto quello che era necessario alla vita dell’uomo ferito e derubato; il padre misericordioso perdonò il figlio prodigo non appena lo vide da lontano. La misericordia è un bene sempre gratuito da parte di chi lo concede e sempre insostituibile da parte di chi lo ottiene. Cioè, nessuno di noi ha ricevuto il conto delle spese da parte della propria madre per la gestazione, il parto e gli anni di cure, perché la misericordia è fatta soltanto in modo gratuito, e nessuno di noi è capace di darsi la vita da solo, così la misericordia è insostituibile per chi la riceve. Non ho pagato per venire al mondo e non posso venire al mondo di mia iniziativa. Così come alcuna misericordia mi è stata fatta pagare e alcuna misericordia ho potuto dare a me stesso. Eviterei una confusione tra misericordia e sentimentalismo: l’ultima scena di “Voltati, Eugenio” di Comencini mostra il bambino che si allontana mentre i parenti si struggono davanti a un cagnolino! Ho conosciuto troppe persone dal cuore di pietra che erano anche molto sentimentali, capaci di piangere mentre commettevano il male, ma senza fermarsi e senza pentirsi. Misericordia e sentimentalismo sono due cose ben diverse!

Non è chiesto altro che di avere il rapporto con Dio come criterio di rapporto con tutti. “Siate misericordiosi come misericordioso è il Padre vostro”, cioè, non potremmo dire di conoscere Dio se non avessimo conosciuto la sua misericordia. Questa è stata il suo rapporto con noi. E adesso diventa non il nostro rapporto con Dio, ma il nostro rapporto verso tutti. La misericordia di Dio diventa il fondamento della nostra vita. Che riceviamo da Dio e condividiamo. I versetti seguenti, che contengono queste forme passive “...non sarete giudicati …non sarete condannati, ...vi sarà perdonato, ...vi sarà versata ...sarà rimisurato” sono i cosiddetti passiva divina, quei passivi che intendono Dio come complemento d’agente. Non giudicate, e non sarete giudicati da Dio. Cioè, non siete stati giudicati da Dio, il giudizio non è l’ultima parola di Dio su di voi. L’ultima e definitiva parola di Dio su di voi è la giustizia di Cristo che vi è stata imputata. Se siete stati rigenerati da questa imputazione di giustizia, allora la condividerete. Se invece non la condividete, allora non è diventata vostra. Magari la conoscente come un sentito dire, magari ci siete girati intorno, magari avete provato un interesse, ma non è diventata la vostra giustizia. Perciò Dio vi giudicherà non per chi è Cristo, come fa per i giustificati, ma per chi siete in voi stessi. Esattamente come voi fate con gli altri. E il suo giudizio sarà terribile, come il giudizio che voi date sugli altri. La parola di Gesù ci vieta di vivere due giustizie, quella di Dio che ci assolve, e la nostra giustizia sugli altri, che condanna. Questo non è possibile.  Il dono di Dio vuole essere condiviso, e non trasformato nel suo contrario.

La parabola del cieco che guida un altro cieco, e cadono tutti e due nel fosso. Nel parallelo in Matteo (15,14) questa parabola è riferita ai farisei e al loro insegnamento. Sappiamo che erano molto zelanti nella religione, che amavano il denaro (Luca 16,14), che la loro adorazione per Dio consisteva nell’oppressione del prossimo e non nella sua liberazione. Cieco non è chi non vede Dio, perché i farisei lo vedevano perfino nelle azioni più insignificanti della loro vita. Cieco è chi non vede il prossimo. Ci siamo solo io e lui. Dio e Io. E la terza gamba del tavolino è il denaro. Questa è la religione dei ciechi. Il prossimo non ci deve essere. Hai cacciato il tuo prossimo. E al suo posto hai messo il denaro. Ma cacciando il tuo prossimo hai cacciato anche Dio, quindi sei rimasto solo come un cane. Quando non vedi il più vicino a te, chiunque esso sia, anche antipatico, anche se ha sbagliato, anche se ti deve chiedere scusa, ma non lo vedi più nel rapporto tra te e Dio, allora sei cieco. E se guidi altri come te, o ti fai guidare da altri come te, allora sei perduto. Non devi credere all’inferno. Ci sei già.

Infine, la parola sulla pagliuzza e la trave. E’ introdotta dal versetto precedente: un discepolo non è più grande del suo maestro, ma, ben addestrato, sarà come il suo maestro. Cioè, il maestro Gesù Cristo, è misura del discepolato. Il nostro essere cristiani è niente di meno, e niente di più, che confrontarci con Cristo e conformarci a lui. Quindi, non usare il nostro prossimo per formulare giudizi avventati, di condanna degli altri e di autoassoluzione nostra. Questa è la seconda stortura da cui Gesù ci mette in guardia: la prima, i ciechi, era il non vedere gli altri. Questa è la seconda, quasi il suo contrario. Vedere gli altri solo attraverso il microscopio. Vederli solo con l’occhio che scruta, che indaga e che scopre i difetti. Anzi, che scopre nell’altro i difetti propri e può accusarli all’altro e così assolvere se stesso. Da questo peccato non possiamo vigilare da soli. Abbiamo bisogno della protezione di Dio e del nostro prossimo per conservare un atteggiamento di misericordia e per distaccarci da ogni inutile e crudele durezza.

Torniamo a Zurigo. Gli immigrati scendevano dai treni e trovavano questo coro che cantava inni evangelici in italiano. Qualcuno si fermava subito, perché arrivava da un paesino dove c’era una piccola chiesa evangelica, e quegli inni li aveva sentiti cantare quando ci passava davanti. Erano conosciuti, almeno alla lontana. Si fermavano a parlare e trovavano aiuto. Adesso, un passo verso quelli che cantavano. Chi erano questi svizzeri che andavano a cantare in italiano alla stazione? Credenti, persone normali. Impiegati, droghieri. Ne avevo conosciuti alcuni quando ero qui. Avevano davvero amato le persone per cui cantavano, e avevano amato il paese, il mondo dal quale quelle persone arrivavano. Erano svizzeri, ma si erano iscritti alla chiesa valdese di Zurigo, e frequentavano i culti in italiano assieme agli immigrati. Ma vi racconto di una signora della corale, che ogni tanto suonava l’organo in chiesa. Dagli immigrati italiani si era fatta contagiare dalla passione per il calcio. Nell’estate del 2000 la trovarono morta nella sua camera della casa di riposo, con la televisione ancora accesa su Rai 1. Era appena finita la finale degli europei. L’Italia aveva perso 3 a 2 contro la Francia, ai tempi supplementari. Si era sentita male durante la partita dell’Italia, contagiata dalla passione che aveva contratto dagli italiani della chiesa. Anche questo è condivisione, è fede che ama Dio e ama l’altro. Questa è stata la condivisione della misericordia di Dio di questa, chiesa, della Chiesa evangelica di lingua italiana – Waldenser di Zurigo. Persone che hanno dato tutto per altre, e si conoscevano soltanto in Cristo, soltanto nella fede, e senza Cristo non si sarebbero mai incontrate. E sono diventate una chiesa, un corpo, che condivide, che è aperto alla Svizzera e all’Italia, che ama Dio e il prossimo e che legge la Bibbia. Io sono partito da Zurigo ventuno anni fa. Da voi tutti ho ricevuto solo bene e tanto bene. E non ho provato altro che gratitudine e riconoscenza a Dio per questa comunità che voi siete.

Gesù Cristo dice: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”. Nella parola di Cristo tutti i credenti, e ciascuno di voi, ha trovato e trova la libertà e la possibilità di essere determinato dalla misericordia che viene dal cielo, e di renderne partecipi gli altri.

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